Cartolina del Porto di Maratea

Cartolina del Porto di Maratea

Scorcio della spiaggia vista dalla timpa

Spiaggia del Porto di Maratea

Spiaggia del Porto di Maratea

Bagnanti sulla spiaggia visti dalla rotonda

Spiaggia del Porto di Maratea

Spiaggia del Porto di Maratea

Vista dellla spiaggia dalla rotonda nel mese di giugno

Spiaggia del Porto di Maratea

Spiaggia del Porto di Maratea

Bagnanti sulla spiaggia vista dal principio della strada per Fiumicello

Spiaggia del Porto di Maratea

Spiaggia del Porto di Maratea

Mese di agosto con turisti e capanne per le barche

La canonica

La canonica

Scorcio della spiaggia visto dalle spalle della canonica della chiesa di Portosalvo.

Porto di Maratea

Porto di Maratea

Vista dal mare fine anni 50

Spiaggia del porto

Spiaggia del porto

Spiaggia del crivo e grotta di \\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\"monacelli\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\"

A Scola

A Scola

Sede della scuola elementare anni 40 del porto con insegnante \\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\'A maestra ì Gnaziu

Spiaggia del Porto

Spiaggia del Porto

Foto della spiaggia presa dal molo in costruzione agli inizi degli anni 60

 

L'idea

 

L’intento con cui nasce e, si spera, si svilupperà questo sito è quello di unire alle discrete facoltà delle nostre memorie personali la speranza di condividere, con chi ne sente come noi il bisogno, le esperienze passate, i ricordi e le testimonianze attraverso le quali porre argine alla inesorabile liquefazione della civiltà marinara di Maratea.

Fermare, anche solo attraverso il web, la fine dichiarata di un mondo che non c’è più e cercare di trasmettere nuovo impulso almeno al consolidamento di una memoria storica condivisa è il nostro immodesto obiettivo. Così, prendendo in prestito le parole di Guillaume Faye, potremmo dire che anche nella nostra società “l’uomo si è via via snaturato, perdendo il contatto con il mondo fisico, con il fuori-di-sé e con sé-stesso, appare sempre più un universo senza storia, senza radici, economicista ed anonimo, in seno al quale relazioni astratte, contrattuali, calcolatrici civiltà costituiscono i legami viventi, affettivi, storici, politici che fondano i popoli”. Per questo il recupero di uno “spirito arcaico, cioè premoderno, …che restauri valori ancestrali, quelli delle società di ordine(i)” è elemento fondamentale per iniziare la sfida per la conquista di quel futuro altrimenti precluso alla speranza dalla palude sociale che ci attanaglia.

E noi, pur consapevoli dell’inarrestabile quanto rapido evaporare di quel mondo di relazioni che trasmetteva oralmente i valori e il sapere, vogliamo offrire il nostro contributo a salvare il salvabile di quella civiltà marinara che, almeno fino a metà anni ’70, si è tramandata da secoli. Non siamo sicuri che le prossime generazioni di portaioli avranno in dote la conoscenza dei luoghi, la padronanza di un dialetto marinaresco ricco di termini e significati, la dimestichezza in mestieri ormai in disuso. Né siamo sicuri che fra venti, trent’anni, scomparsi i testimoni diretti di tante storie, un nome, un luogo, possa suscitare un ricordo, un pensiero a come eravamo e, soprattutto, chi eravamo; ma per capire dove possiamo andare è necessario sapere chi siamo stati e comparare questo con ciò che siamo adesso e quello che desideriamo essere.

Quindi solo se non consideriamo la Tradizione come una venerabile reliquia e la memoria storica come mero esercizio mnemonico ed operiamo attivamente quella forma di resistenza collettiva alla morte propria del tramandare, possiamo dire di non appartenere a quella generazione a cui Pessoa notò di appartenere: “generazione che ha perduto tutto il rispetto per il passato ed ogni credenza o speranza nel futuro. Viviamo perciò il presente con la fame e le ansietà di chi non ha altra casa.

Ecco, allora, l’obiettivo di queste pagine: lasciare aperta una porta, la porta di quel fondaco tante volte varcata in gioventù, da cui si entrava in un mondo fatto di fatica e ingegno, sudore e vàsuli chiatràti e ùmmiti.


Il cinquantaduesimo compleanno della classe ’52 … di Antonio Ricci

Che cosa rende unico un posto bellissimo? Gli abitanti, Il rispetto spontaneo e l’affetto immediato per i grandi vecchi, per le vicine con il fazzoletto in testa e soprattutto per gli amici che poi diventano fratelli. Andammo a festeggiare in un ristorante di Aieta, quasi in montagna, scelto da Claudio per evitare qualsiasi imbarazzo a Umberto. Ma l’idea era stata mia.

Tonino, Michele, Umberto, Claudio, Aldo: io e i miei fratelli di Maratea, tutti nati nello stesso anno, insieme a tavola. Aldo iniziò a raccontare una serie di episodi irresistibili, alcuni che già conoscevamo ma altri tirati fuori al momento. Infanzia, mare, pesca, vita, personaggi mitici: L’ingegnere Aroldi, l’architetto Berardi, Giorgio Bassani, i Puccini, il conte Rivetti, Antonio ‘i Rosa, Beniamino, zu’ monaco, Felipe, Caramello, Biagio, Vincenzo a Mare, Italo a Formia …Epicuro…Avevamo 52 anni e la vita già ci aveva messo alla prova, ma il futuro sembrava ancora illimitato. Aldo inanellava racconti mirabolanti, però veri, e noi ridevamo come pazzi con le lacrime.

Con la scusa di andare in bagno mi alzai per pagare il conto ma già avevano fatto tutto loro. In quel momento mi sembrava tutto possibile. Avevo un progetto per quando saremmo tutti andati in pensione di cui parlavamo ogni tanto. Comprare un’Ape cross con cui “vendere” fichi e uva, ma non agli argonauti (come li chiamava Michele). Per loro la risposta sarebbe stata: non si vendono!  Riservati ai portaioli e alle mogli. Un self service gratuito, equo e solidale e Aldo avrebbe procurato la materia prima scendendo al Porto dai Trecchinari… c’era un ‘abbondanza di orti e nessuno gli avrebbe detto niente.

Michele gli avrebbe portato come sempre il nuovo Tex e poi ci saremmo seduti al bar per una birretta con patatine a guardare le barche e il mare, dicendo ogni tanto qualcosa ma senza esagerare…

Ridevamo come matti, con le lacrime…

Garcia Marquez ha detto: “la vita non è quella che si è vissuta ma quella che si ricorda, e come si ricorda, per raccontarla.

Ricordo tutto di quella sera… 

Mi escono ancora le lacrime… 

Ma sono lacrime amarissime: lacrime di dolore.

Ci sono persone destinate a concludersi in sé stesse, come neve che cade e non si posa, altre, invece, non ci lasciano mai del tutto.

Rimangono in noi…

 

In memoria di Nardo

…Mofalànnu…

Oggi, S. Gennaro Martire, mofalànnu, diremmo in dialetto, ci lasciava il nostro caro amico e sodale, Aldo. In quest’anno, trascorso sempre troppo velocemente, lo abbiamo ricordato in ogni sede ed occasione opportuna, non ultima, la stampa del volumetto “’u funnicu” presentato al Porto lo scorso undici aprile, e dedicato specialmente a lui e al suo determinante contributo ispirativo.

In quell’occasione cercammo di ripercorrere, per sommi capi, le vicende che ci portarono, verso la fine del secolo scorso, ad unire le nostre esperienze, le testimonianze e i materiali raccolti, in un’impresa più ambiziosa che la semplice e già attuata, operazione di salvataggio di memorie: esercitare fattivamente la facoltà di ricordare e rimanere fedeli al principio contenuto nell’opuscolo curato da Aldo nel quale raccolse una consistente mole di dati… ”Per non dimenticare”.

Da questa emergenza, a noi già presente e pressante da tempo, l’idea di realizzare questo pretenzioso “Museo virtuale della civiltà marinara” attraverso il quale poter arginare la scomparsa, anche nell’oblio della memoria, di una cultura tramandata oralmente grazie all’esempio di quel fare quotidiano che era la vita dura degli uomini e le donne di mare.

In questa occasione, ricorrenza che abbiamo voluto significare non sterile ed esclusivamente celebrativa, vogliamo ripartire dall’esperienza lavorativa di Aldo per ampliare, secondo le nostre modeste possibilità e accedendo al sapere autorevole e consolidato di eminenze del pensiero che ci hanno preceduti (preceduti nel pensiero oltre che nella cronologia), il discorso sulla memoria.

Riprendendo spunto da una relazione che Aldo curò in veste di bibliotecario della Soprintendenza Archeologica della Basilicata, dal titolo “Le materie scrittorie: conservazione e restauro”, si vuole cominciare il discorso sulla memoria mediante alcuni estratti da questa relazione per proseguire, poi, interrogando altri pensatori che hanno trattato con significato l’argomento.

Da sempre l’uomo ha avvertito l’esigenza di trasmettere e conservare le proprie esperienze e la propria storia. Dalla trasmissione orale, quindi, ha tentato di conservare queste esperienze su materiale duraturo scrivendo dei segni su materie naturali come la corteccia degli alberi: nacque così il “LIBER”…E’ nostro dovere quindi conservare nel miglior modo possibile e trasmettere questo materiale, inesauribile fonte di ricchezza proveniente dal nostro passato.” (da “Le materie scrittorie: conservazione e restauro” di Aldo Fiorenzano)

Con lo sviluppo della tecnologia, il termine memoria non denota solo la facoltà di ricordare tipica delle capacità della mente umana ma estende il suo significato a serbatoio di dati, contenitore informatico di appunti, foto e documenti storici digitalizzati, elementi cioè, che non si identificano esclusivamente con la suddetta facoltà di ricordare. Sicuramente andrebbe sondato e studiato anche questo aspetto, vista la pressante e inevitabile deriva digitale cui tutta la società è sottoposta. Qui, altrimenti, ci interessa riportare l’attenzione sulla memoria come facoltà indagata dai filosofi e, soprattutto, a quella sua pratica attualizzata nel fare quotidiano. Riporto uno stralcio dal racconto di Erri De Luca, “Tu mio”, dove è più chiaro il concetto: “…Nicola mi ha insegnato il mare senza dire: si fa così. Faceva il così e così era giusto, non solo preciso ma bello da vedere, mai di fretta. Il così di Nicola aveva l’andatura delle onde, i suoi gesti facevano una rima che imparavo a intendere. […] E quasi senza occhi, le mani andavano da sole. Lui poteva guardare altrove, il lontano o niente, lasciando le mani a fare da sole. Quella era l’opera, il davanti, mentre il resto del corpo era solo un sostegno di pazienza.”

Partiamo, dunque, prima di interrogare alcuni maestri del pensiero, dalle più semplici ma a nostro avviso significative etimologie dei termini “ricordo” e “memoria”. Il ricordo, ossia l’atto di ricordare, viene dal latino recordari composto dalla particella re – di nuovo, addietro, indicante ritorno – e cordàre da cor genitivo di còrdis – cuore. In sintesi “ricondurre al cuore” (un tempo si riteneva il cuore l’organo sede della memoria). La memoria, dal latino memor, è colui che ricorda e dunque, per esteso, la facoltà di ricordare propria del genere umano.

Già sembra delinearsi, solo da questa sintetica e incompleta etimologia, il piccolo viaggio che intendiamo percorrere esercitando, immodestamente, la strategia di chi è consapevole di camminare per sentieri già battuti meritoriamente da altri e che, per questo, ci si limita a ri-cordare.

Per Platone, si potrebbe sintetizzare il concetto di memoria in questi termini: conoscere è ricordare. A voler essere più precisi Platone parla di reminiscenza, ossia un ricordo più denso di significato trattandosi della conoscenza di verità che tutte le anime posseggono prima di incarnarsi. La reminiscenza si differenzia dal ricordo in quanto esperienza di verità completa, sia sensibile che intelligibile, atto cosciente di recupero attivo da quel contenitore che è la memoria.

Allievo di Platone, Aristotele, definisce il ricordo esclusivamente come facoltà della memoria escludendo ogni implicazione gnoseologica derivante dall’Iperuranio platonico pur distinguendone i significati rispetto alla reminiscenza. La memoria ci porta alla mente le cose del passato mentre la reminiscenza è atto volontario di ricerca in quella memoria.

Agostino d’Ippona considera la memoria come lo strumento essenziale per conoscere la verità. In un dialogo con Adeodato contenuto nel De magistro, Agostino afferma che il principale compito del maestro sia quello di insegnare attraverso “un certo modo…per richiamare alla memoria…noi impariamo qualora ricordiamo”. Il linguaggio, del resto, nella concezione agostiniana, non è altro che un mezzo di cui ci serviamo per riportare in essere i ricordi accedendo alla memoria.

Facendo un bel salto in avanti con i tempi, fra Ottocento e inizi Novecento, si possono trovare, in mezzo a tanti filosofi impegnati nell’impresa di cimentarsi con questo tema, anche due grandi letterati. Fëdor Dostoevskij e Marcel Proust. Del primo possiamo riportare un aforisma molto esplicativo: “sappiate, dunque, che non c’è nulla di più elevato, di più forte, di più sano e più utile nella vita che un bel ricordo, specialmente se è un ricordo dell’infanzia, della casa paterna…se un uomo riesce a raccontare uno solo di questi ricordi rimane con noi, nel nostro cuore, anche quello solo può essere un giorno la nostra salvezza”. Con buone probabilità, Proust e il filosofo Henri Bergson, ebbero modo, vista la loro parentela acquisita, di discutere di questo argomento considerando che lo scrittore può essere definito un neuroscienziato in erba e, il filosofo, uno dei più grandi studiosi della memoria. Nella famosa Recherche, Proust distingue una memoria involontaria da una volontaria e ne intende dimostrare la veridicità attraverso la scena delle madeleines che spiegava così nel 1913: “Per me, la memoria volontaria, che è soprattutto una memoria dell’intelligenza e degli occhi, ci offre del passato soltanto facce prive di verità, ma basta che un odore, un sapore ritrovati in circostanze del tutto diverse, ridestino in noi, senza che lo vogliamo, il passato, e subito sentiamo quanto tale passato fosse diverso da quello che credevamo di ricordarci e che la nostra memoria volontaria dipingeva, come i cattivi pittori, con colori senza verità”. Per introdurre e trattare l’argomento secondo Bergson, ci serviremo di alcune lezioni di Giorgio Agamben, tenute rispettivamente, a novembre 2025 presso gli Uffizi e nel maggio del 2026 a Viterbo, da cui trarremo gli aspetti che qui ci interessano. Dice Agamben: “anche i libri e le opere d’arte sono delle figure attraverso cui conserviamo questa tensione della memoria individuale e collettiva. Capite che se questo è vero, se la memoria è il tonos, la tensione vitale del nostro essere, allora entrare in quel luogo della memoria che è una biblioteca o anche un museo, non è qualcosa di scontato, è piuttosto un’operazione ardua e rischiosa (ci permettiamo di rimandare, in questo sito, alle epigrafi della sezione Poesie, in cui sembra esserci comunanza con gli avvertimenti di Emily Dickinson e nelle Storie al Museo d’ombre di Bufalino) in cui è in gioco, appunto, la struttura stessa del nostro essere al mondo”. Questo vorremmo che fosse, questo museo virtuale, per tutti i nostri visitatori: fornire la consapevolezza di giocarsi la propria essenza quando ci si avventura per i campi sconfinati della memoria. Continua Agamben: “ieri non è ancora sorto, non è ancora veramente stato (citando Mandelstam). Quindi l’idea è guardare al passato come qualcosa che non è veramente stato, che non è qualcosa di finito ma, al contrario, come qualcosa che può e deve ancora avvenire. Noi siamo abituati a credere che le possibilità siano nel futuro…ma il futuro non c’è, invece il passato c’è ed è il passato che contiene la possibilità perché non è mai stato veramente e, in un certo senso, può e deve ancora avvenire. Vi proporrei il passato come una utopia, anzi come una ucronia, un tempo che non è ancora veramente stato e il ricordo, la memoria, hanno a che fare con questo tempo…e quindi le opere che il museo contiene vanno viste in questa prospettiva: una memoria che si riferisce ad un tempo che non è veramente finito, che non è passato, che ancora offre una possibilità”. Sono evidenti le strutture del pensiero di Bergson circa il concetto di memoria e che riassumerei efficacemente con le stesse parole usate da Agamben: “l’essere umano è memoria, non ha memoria…” ciò esplicita nettamente la natura ontologica della memoria bergsoniana dove, la memoria abitudinaria e la memoria immagine (così le chiama Bergson), restano legate fra loro e interconnesse. La prima è l’insieme dei meccanismi che assicura la nostra continuità cioè: siamo memori di noi stessi. La seconda, invece, è soltanto una memoria che allinea i singoli eventi, singoli ricordi. Ecco perché questo nostro museo ha la irriverente e immodesta pretesa di non essere mero contenitore di “cose da tenere” separate dalla normale quotidianità e promuovere, allo stesso tempo, una conservazione attiva del nostro patrimonio collettivo.

Marcello Veneziani scrive: “il ricordo, spiegava Soren Kierkegaard nell’opera in vino veritas, non è la memoria. Il vecchio, ad esempio, perde la memoria ma gli resta qualcosa di profetico e poetico, i ricordi. Il ragazzo, invece, ha una forte memoria e pochi ricordi.” Veneziani sottolinea l’aspetto fondamentale insito nell’etimologia del termine (qui sarebbe interessante ricordare la distinzione fra parola e termine adoperata da Leopardi nello Zibaldone): “il ricordo suscita il sentimento della perdita, la nostalgia… e un fatto nella vita che sia ricordato, è già entrato nell’eternità…chi ricorda non è indifferente…la memoria, poi, è soprattutto pubblica e storica, il ricordo è soprattutto intimo e affettivo.” E ancora: “conoscere è ricordare, ricordare è amare, amare è attenzione, e l’attenzione è premessa al conoscere e ricordare.” Un circolo virtuoso che si può leggere nel recente libro di Marcello Veneziani “c’era una volta il sud” ed. Rizzoli.

Concludiamo il viaggio con Maurizio Ferraris che nel suo “Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce” (ed. Laterza) distingue: “i ricordi sono, invece, le rappresentazioni che possiamo ripetere, e che – a voler sottilizzare – si distinguono in memorie (le rappresentazioni che si ripetono senza un nostro sforzo volontario) e reminiscenze (quelle che cerchiamo volontariamente e che al limite fissiamo con artifici mnemotecnici)…ecco dunque perché l’immaginazione si rivela parente stretta della memoria…Una conseguenza cruciale del possedere rappresentazioni è che tra due soggetti è possibile reciprocità.” Ecco, infine, che ci imbattiamo in un altro termine chiave rappresentato da quella reciprocità che consente di trasformare i nostri singoli e personali ricordi, attraverso la condivisione, in memoria collettiva da mantenere e valorizzare. Con Aldo, riaffermiamo il valore del racconto come unico esercizio che può mantenere attiva la memoria così come testimoniano gli aforismi con i quali chiudiamo.

povera è la persona che non ha storie da raccontare ed è ancora più povera quella persona che, pur avendone, non le racconta”.  Aldo Fiorenzano

l’architettura deve essere ambiziosa senza ipocrisia e, consapevole di questa responsabilità, deve avere a disposizione un patrimonio che ci si è costruiti nel tempo, patrimonio disinteressato di idee, di sensazioni disposte nella memoria.”  Angelo Bianco (in ARK n°7, XI 2011)

dimmi un fatto e apprenderò, dimmi una verità e crederò, ma raccontami una storia e vivrà nel mio cuore per sempre”.  proverbio indiano

il passato è la mia patria” Gesualdo Bufalino

io faccio progetti solo per il passato” Ennio Flaiano

abbiamo problemi con la storia. E quando una società perde la memoria, perde la sua identità ed è in pericolo” Ian McEvan

in fondo siamo il nostro ricordo, un museo immaginario di mutevoli forme” Jorge Luis Borges

i ricordi non sono la vita, ma sono una tra le poche facoltà di cui disponiamo per darle un senso” Marcello Veneziani

“…e sa [Melville ndr] che i migliori poemi sono quelli raccontati da marinai illetterati sul castello di prora” da prefazione a Moby Dick di Cesare Pavese

il passato reca con sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione. Non sfiora forse anche noi un soffio dell’aria che spirava attorno a quelli prima di noi? Non c’è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un’eco di voci ora mute?…se è così, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla terra. Allora noi, come ad ogni generazione che fu prima di noi, è stata consegnata una ‘debole’ forza messianica, a cui il passato ha diritto.” Walter Benjamin

certe persone importanti, in quanto tali, non sono più con noi ora, ma il loro spirito è ancora qui e quindi è nostra responsabilità decidere se questo spirito rimanga vivo oppure no, dipende da noi. Perciò dovremmo usare lo strumento del loro meraviglioso pensiero o delle loro meravigliose idee e assumerle come nostre. Allora il loro spirito rimarrà vivo e potrà essere più efficace. Solo un ricordo o qualche celebrazione non sono sufficienti se non continuiamo la loro opera.”  Tanzin Gyatso, XIV Dalai Lama

Una bellissima sorpresa di Flavio Garreffa

UNA BELLISSIMA SORPRESA


Scrivi un racconto in cui il protagonista vive una situazione che all’inizio sembra normale oppure
difficile, ma che si conclude con una sorpresa bella e inaspettata.


ZIO ALDO


Era una sera d’autunno, io, mio padre e il mio carissimo amico Aldo, siamo usciti in barca. Appena
usciti dal porto ci siamo recati presso la postazione di pesca, abbiamo pescato: TOTANI,
CALAMARI E SAURI (pesce azzurro), per poi rientrare. Il giorno successivo, dovevamo uscire
nuovamente ma purtroppo il mio caro amico, aveva già da tempo una malattia chiamata FIBROSI
POLMONARE. Io e mio padre dispiaciuti parlavamo: io “papà, ma ora che Alduccio non potrà venire
più con noi a pesca, come faremo?” papà: “figlio mio, lo so ma purtroppo è la vita e fortunatamente
Alduccio è solo limitato in alcuni movimenti”. Io pensavo: sarà davvero così? Beh, è solo l’inizio di
un susseguirsi di eventi che peggiorano la salute di Aldo. Lui era un amico di pesca, di vita e di mille
avventure. I suoi polmoni purtroppo, nel corso del tempo si sono deteriorati, andando sempre verso
il basso e mai verso l’alto. Fortuna ha voluto che era anche mio vicino di casa. Lui aveva sempre h24
le bombole dell’ossigeno collegate per poter respirare. All’inizio l’ossigeno che gli ser viva era poco,
cucinava da solo e aveva una badante che ogni giorno andava a trovarlo, proprio come me, poteva
piovere o nevicare, ma ogni giorno ad Aldo dovevo andarlo a trovare. Molte volte mi ha chiamato in
suo a iuto, per regolare il suo flusso d’ossigeno, perché lui in difficoltà da solo non ce la faceva, infatti,
dove io non riuscivo ad aiutarlo venivano in soccorso i dottori con l’ambulanza e lo portavano
all’ospedale. Ogni volta che lo aiutavo ero sopraffatto da due emozioni: sollievo e molta paura.
Provavo sollievo perché nel mio piccolo l’avevo aiutato e molte volte salvato la vita. Mentre paura,
perché ogni minimo errore contava e poteva, da un momento all’altro, non farcela più. Ebbene si,
ALDO per me è sta to come un secondo NONNO, ogni volta che ci andavo mi strappava un sorriso e
soprattutto mi regalava sempre dei dolcetti al pistacchio. Mi aveva perfino dato un soprannome,
questo era “ACEDDUZZO”.
Ora il mio amico non c’è più, ma ha lasciato nei nostri cuori un ricordo indelebile: il suo amore verso
il MARE E LA SEMPLICITA’ CHE LO CONTRADDISTINGUEVA.
Il successivo mese al suo decesso, la figlia mi chiamò e mi disse di andare a casa sua. Aldo aveva
pensato a me, una bella sorpresa inaspettata: la sua barchetta “lanzicedda” blu l’ha lasciata in mia
custodia… Ti ringrazio infinitamente di tutto ALDU’…

Quanto è antica la festa del Porto? (di Luca Luongo)

 

Questa domenica si concluderà la festa di S. Maria di Porto Salvo, protettrice della frazione Porto di Maratea. A questa invocazione è intitolata anche la principale chiesa del Porto. Sempre domenica ci sarà la tradizionale processione sul mare. Ma quanto è antica questa tradizione?

La confraternita di S. Maria di Porto Salvo.

In molti libri, e in ultimo nei testi del progetto Maratea Sacra (i cartelli presso le chiese della nostra Città), si sostiene che la chiesa del Porto risalga al XVIII secolo.

In realtà, non esistono documenti o tracce architettoniche a prova di quest’idea. Di una cappella di «S. Maria di Portosalvo» si parla in un documento del 1746, ma ci si riferisce all’altare dedicato a questa invocazione mariana nella chiesa del Rosario. 

Lì aveva sede la Confraternita dei Marinai di Maratea, esistente almeno dal 1598.

La chiesa del Porto.

È molto probabile, ma finora non provabile, che la chiesa del Porto sia stata costruita per iniziativa della confraternita. Ma non sappiamo quando di preciso.

Di sicuro, però, ciò non avvenne nel XVIII secolo. Nel catasto napoleonico del 1808 al Porto è censita una sola chiesetta, l’attuale cappella di S. Maria di Loreto (o della Mercede), la più antica della frazione, che esisteva già nel 1653 (quando fu citata in un documento dell’archivio parrocchiale).

Il primo documento che parli della chiesa del Porto Salvo, invece, risale al 1846, dove è definita “cappella”. È probabile che fu costruita nella prima metà del XIX secolo, proprio quando la frazione Porto cominciò a essere popolata in maniera non stagionale. Ne ho parlato in un vecchio articolo, che si può leggere a questo link.

In un documento dell’archivio parrocchiale del 1909 si parla di lavori di «rinzaffatura» e un rifacimento della decorazione a stucco all’arco del cappellone all’impresa Vitolo.

Altri e più consistenti lavori furono condotti tra il 1922 e il 1925.

Del progetto di ampliare la cappella a forma di chiesa si parlava sin dal 1938: all’epoca davanti il portone si apriva un spazio cancellato, e si pensava di utlizzare quello spazio per allungare la navata.

I lavori si fecero nel 1954, a cura dei fratelli Biagio e Vincenzo Buraglia, così com’è ricordato dalla lapide in marmo, posta in chiesa a sinistra entrando. In tale occasione si costruì anche il nuovo campanile, che andò a sostituire il più antico, che si può vedere in qualche vecchia fotografia. Nello stesso anno, il 25 gennaio la chiesa divenne sede di una nuova e omonima parrocchia.

Va bene, ma la festa?

Il primo documento a me noto che parli della festa del Porto risale al 1938. Si tratta di un articolo pubblicato sul bollettino parrocchiale dell’epoca, che raccontava di come il vescovo di Policastro, alla cui diocesi Maratea apparteneva, aveva risolto una diatriba che aveva bloccato i festeggiamenti nei cinque anni precedenti.

Era accaduto che i fedeli che abitavano verso la contrada Profiti, dove da una quarantina d’anni esisteva la stazione ferroviaria, volevano che la statua della Madonna attraversasse le viuzze tra le loro case. Si erano opposti quelli che vivevano sulla spiaggia del Porto.

Alla fine, con molta pazienza, le autorità ecclesiastiche avevano risolto la cosa, permettendo che «la statua della Vergine attraversasse le vie del villaggio e solcasse, sulla barca, seguita da tutti gli altri legni pescherecci, le placide onde del mare

La processione quindi si tiene almeno dai primi anni del XX secolo, ma non sappiamo quando di preciso sia nata. Chissà se qualche altro documento, a me ignoto, giace a prender polvere in altri archivi o addirittura in qualche casa privata…

 

Maratea 21 giugno 2023 Luca Luongo

Ritorno dalla pesca (di Letizia Labanchi)

 

Tornano all’alba

le barche

e si avvicinano a riva

con ritmici tonfi di remi.

 

I pescatori

hanno il volto segnato

dal travaglio notturno,

ma lo sguardo riflette

la forza serena

che solo dà il mare.

 

Li accolgono bimbi festosi

e le donne

nel terso mattino

fra lo sciabordare dell’onde

e il vociare confuso.

 

Le ceste ricolme,

si avviano le donne

a vendere il pesce

lucido e ancora guizzante;

si attardano gli uomini

stanchi, sul lido,

parlando della comune fatica.

 

Distenderanno fra poco

le reti sulla sabbia salmastra

e attenderanno la sera

per nuove esperienze,

per nuove rischiose avventure.